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da un articolo di Francesco Pitaro in Gazzetta del Sud, Arte, Cultura, Spettacolo, 24 dicembre 2009

Da vent’anni Pino Gullà espone nella chiesa matrice di Montepaone Lido (CZ) le sue artistiche creazioni

Fu San Francesco di Assisi ad allestire il primo presepe. Anzi, il primo presepe vivente: a Greccio nel 1223. L’idea fu ripresa e propagandata in seguito dai francescani, dai domenicani e dai gesuiti, diffondendosi in tutto il mondo cristianizzato. Nel ‘700 napoletano, i nobili facevano addirittura a gara per disporre del presepe più bello. Una tradizione che a Montepaone Lido, nella chiesa parrocchiale, si è venuta consolidando da più di vent’anni grazie all’impegno e alla maestria di Pino Gullà, di professione geometra e funzionario delle Poste, «presepista» per passione, e per devozione. Quello di Pino Gullà è molto di più che un semplice hobby. Il suo è un impegnativo ed elaborato lavoro della durata di quasi due mesi, e che prevede una vera e propria fase di programmazione. Che parte dal momento in cui viene abbozzata la disposizione, la quale nasce e si forma nella sua mente, fin al momento della messa in opera vera e propria. Eccolo, dunque, all’opera, già dalla prima settimana di novembre, coadiuvato da qualche amico volonteroso e soprattutto dal parroco don Bernardo Marascio, che quando le circostanze lo richiedono non disdegna di rimboccarsi le maniche, accudendolo nei lavori manuali. Completato il lavoro di carpenteria, Gullà procede con la creazione dei vari paesaggi. Il materiale prevalentemente utilizzato è il polistirolo espanso. Anche se vengono impiegati anche carta roccia e sughero, legno, muschio, piantine. Tutto quello che si vede è frutto delle sue abili mani. Con pazienza certosina egli ha costruito, pezzo per pezzo, ogni componente del presepe. A cominciare dalla grotta, che raffigura un rudere di un’antica costruzione, dove Giuseppe e Maria trovano riparo nella notte santa. Quei muri corrosi dall’incuria, quell’incerto e fatiscente architrave, le crepe scolpite qua e là dal passare del tempo. Tutto è riprodotto plasticamente da Gullà nei fogli di polistirolo opportunamente forgiato e colorato. Nella paesaggistica rappresentata è possibile ravvisare un certo sincretismo tra il paesaggio tipico della Palestina, con le sue tradizionali case dai muri bianchi e dai tetti a cupola, e quello tipicamente calabrese. Di quest’ultimo vengono messi in risalto quegli elementi architettonici dominanti nell’antica civiltà contadina calabrese: archi, ponti con corrimano costituiti da rami d’alberi, mura in pietra a secco, strade acciottolate in modo incerto e casuale. Non mancano infine quei richiami alla laboriosità familiare di un tempo, come il tanto caro forno a legna che si teneva in casa o alle masserizie che si custodivano appese alle pareti all’interno delle case. Di calabrese, e quindi dal sapore antico, sanno quelle statuine di artigiani che popolavano i rioni dei nostri antichi paesi di Calabria. La novità di quest’anno è che essi, ciabattino e falegname, massaia e boscaiolo, sono semoventi. Conferendo così all’insieme un tocco in più di suggestione. Tutto è curato nei minimi particolari: portali, stipiti, infissi di legno. Sempre in un disegno complessivo che tiene conto alla perfezione di proporzioni e prospettiva.

(Francesco Pitaro in Gazzetta del Sud, Arte, Cultura, Spettacolo, 24 dicembre 2009)


Video a Cura di Montepaone web news
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